Il ritmo di Harlem

Il ritmo di Harlem

Buongiorno, lettori! Oggi vi parlo del romanzo Il ritmo di Harlem, scritto da Colson Whitehead (traduzione di Silvia Pareschi) ed edito da Mondadori.


Per i suoi clienti e vicini su 125th Street, Ray Carney è un commerciante serio: sgobba da bravo padre di famiglia nel suo negozio dove vende mobili a prezzi contenuti. Sua moglie Elizabeth aspetta il secondo figlio e, sebbene i suoceri non mostrino di apprezzare granché il fatto che la figlia e i nipoti vivano in un piccolo appartamento vicino ai binari della sopraelevata, Ray sembra soddisfatto così. Ma dietro questa apparente normalità si aprono delle crepe: sono in pochi a sapere che suo padre era un membro piuttosto temuto della criminalità locale. Per giunta, con tutti quei divani venduti a rate, i soldi cominciano a scarseggiare. Per cui, se suo cugino Freddie occasionalmente gli porta in negozio qualche anello o una collana, Ray non vede la necessità di informarsi sulla loro provenienza; inoltre conosce un gioielliere in centro, anche lui molto poco propenso a fare domande e assai discreto. Inizia così il conflitto interiore tra Ray l’onesto commerciante, padre di famiglia, e Ray il malvivente. Ma quando Freddie decide di prendere parte alla rapina allo storico Hotel Theresa, una serie di terribili malavitosi irrompe nella vita di Carney: dal gangster Chink Montague, “noto per la sua abilità con il rasoio a mano libera”, a Pepper, reduce della Seconda guerra mondiale dalla pistola facile, fino al micidiale Miami Joe con i suoi eleganti completi viola. Barcamenarsi in questa doppia vita diventa sempre più difficile e pericoloso: riuscirà il nostro eroe a evitare di essere ucciso, a salvare suo cugino e ottenere la sua parte del colpo grosso? Ma, soprattutto, riuscirà a mantenere intatta la sua reputazione? Questo ennesimo exploit letterario di Whitehead non è solo un esilarante dramma morale mascherato da poliziesco: è anche un romanzo sociale su razza e potere. Ma è in primo luogo una lettera d’amore nella quale Harlem – animata da una sfilata dickensiana di personaggi colorati e originalissimi – ha la stessa vivacità e ricchezza della Dublino di Joyce.


“Carney poteva essere un tantino disonesto, ma non era certo un delinquente…”

Figlio di Big Mike, noto delinquente di Harlem, Ray cerca da sempre di destreggiarsi tra queste due parti di sé che convivono: quella onesta, legale, sposata con Elizabeth dalla quale ha avuto la piccola May e aspetta il secondogenito, quella che non si inalbera dinanzi alle subdole insinuazioni dei suoceri circa le sue origini e la scarsa possibilità di offrire alla figlia una vita migliore, e quella disonesta, illegale, di ricettatore – imprenditore, alle prese con membri della malavita locale e di Freddie, un cugino che continua a dispiacersi per i guai in cui lo caccia ma non può proprio fare diversamente. Ray si sente abbastanza onesto, o non troppo disonesto insomma; è convinto di muoversi comunque su un terreno sicuro rappresentato dalla definizione che si dà: un intermediario. E tutto sembra andare abbastanza bene fino a quando invitato a diventare membro di un club di neri altolocati, si vede sfumare tale occasione, preso in giro da un riccastro che furbescamente gli scuce una delle tante mazzette che è costretto a dare. Ci sono meccanismi da ungere, Ray non si tira certo indietro: ma essere preso in giro così platealmente, essere rimesso al suo posto, nell’angolo, fa scattare in lui un orgoglio impettito.

Il ricco caleidoscopio di personaggi si muove tra il 1959 e il 1964 in una New York multietnica, una città bianca e una città nera, con tutto ciò che tale convivenza comporta; l’autore non solo tratteggia la complessità di tale scena nel conflitto razziale ma anche quella legata alla stessa Harlem, dove tra una strada e l’altra, tra un isolato e il successivo, la città cambia faccia e se chi percorre le vie non lo sa, rischia tutto. E’ una zona di tutti contro tutti, dove persino la gradazione di colore porta scontri ma fintanto che la situazione resta limitata è sotto controllo, il problema sorge quando, nell’ultima parte del romanzo, la situazione esplode: un poliziotto bianco uccide un giovane ragazzo nero, probabilmente disarmato, probabilmente no, chi lo sa. Non conta nemmeno quello: come dirà un personaggio del romanzo, la città è una fabbrica di munizioni pronta ad esplodere; la violenza dilaga creando disordini, panico, segnando ancor più marcatamente il divario e le differenze tra le anime di questa città. Eppure è una città che Ray ama: ama passeggiare per il quartiere di notte, ama il rumore della sopraelevata ( anche se deve lasciarlo per assurgere a un’abitazione migliore che ne testimoni l’elevazione sociale), ama i rumori, la vitalità, ama la notte e ciò che accade, ciò che promette, ama accorgersi di dettagli mai visti prima.

Ray Carney è un personaggio ambizioso che cerca di nascondere le sue tendenze malavitose e illecite dietro la facciata dell’imprenditore venditore di mobili: due entrate, una per i clienti del lavoro alla luce del sole e una per quello notturno, per quelle ore popolate di una vitalità fatta di furti, rapine, merce da piazzare. E’ questa l’eredità lasciatagli dal padre? Ray a parole la rinnega ma nei fatti sguazza nell’illegalità tra ricettatori per vecchie radio prima e gioielli poi, da cui impara a distinguere pietre e clientele; ma il sangue di Big Mike si rivela nell’orgoglio di Ray, quando per cercare la sua vendetta è disposto a muovere persone e contatti pur di ottenere ciò che vuole. Ray non è un personaggio facile con cui empatizzare proprio per questo modo di intendere la vita e i rapporti umani, inoltre il modo con cui l’autore ce lo presenta, raccontando le azioni, i fatti ma non concedendo sufficiente spazio all’analisi psicologica delle sue emozioni e motivazioni, mi ha reso non sempre facile seguirlo, capirlo; ho trovato da questo punto di vista più a fuoco personaggi secondari quali Pepper e Freddie, due che accettano in toto il loro lato oscuro, se così vogliamo chiamarlo. Ray sembra interessato quasi esclusivamente ai propri interessi e proprio come Harlem stessa viene da chiedersi se quanto di ciò che fa e dice, parole precise e ben calibrate, siano frutto di uno studio premeditato e siano comode per i suoi progetti e non nascano da slanci di generosità o amicizia. Forse, solo nel finale Ray si riprende da questo punto di vista quando il destino del cugino con cui è cresciuto si delinea chiaramente. Freddie e Ray sono personaggi simili che però hanno intrapreso strade opposte nella vita: il primo è rimasto legato alla malavita locale pur nutrendo quelle ambizioni che invece hanno innalzato Ray a noto commerciante di mobili. E’ Ray a togliere spesso e volentieri il cugino dai guai, ma i guai lo inseguono, gli si appiccicano addosso anche quando non vorrebbe, e Ray, cinicamente quasi, cerca di fare buon viso a cattivo gioco, ricavandone il più possibile per ampliare negozio, casa, orizzonti, attività illecite.

Gran parte della storia si concentra sull’ambizione di Ray a cui fanno da contraltare i loschi figuri con cui è costretto a relazionarsi per proteggere se stesso, il suo negozio ( simbolo di ciò che ha conquistato) e la sua famiglia: tra notti insonni, con l’angoscia che il crimine possa bussare alla sua porta e rompere l’idillio perfetto, ricerche di personaggi in locali malfamati e dubbi alberghi, merce da smistare e guadagni da spartire senza calpestare i piedi sbagliati, si snoda la storia di Ray che, come uno dei nuovi grattacieli destinati a cambiare lo skyline della città, punta al cielo, a ridisegnare un destino che per molti altri ha significato morte, overdose, violenza. Pur mettendo in scena una città brulicante di vita, lo stile dell’autore non è riuscito a conquistarmi del tutto a causa dei tanti personaggi presentati e del modo di narrare la storia partendo da un determinato momento o azione e andando a ritroso nel tempo per costruire l’adeguato contesto; questo non mi ha permesso di empatizzare con i personaggi, lasciandomi la sensazione di non averli inquadrati del tutto. La parte che ho preferito è stata l’ultima, ambientata durante e dopo gli scontri razziali e dopo l’ultimo colpo di Freddie; mi è piaciuto il modo in cui l’autore parla di questa città corrotta e violenta dove tutto deve passare attraverso la politica di pochi che comandano il potere del mercato, dalle banche al mattone. Una città dove conoscere la gente giusta, aver fatto i favori giusti, conta più di ogni altra cosa. Una città in cui per costruirsi il proprio posto bisogna spesso tacere, rivolgere altrove lo sguardo, ripudiare ciò cui si appartiene; una città fatta di palazzi e viuzze oscure, di piccoli imprenditori e ricettatori, di droghe e furti. Una città che ha luci ed ombre, una facciata pubblica e una privata, proprio come Ray.

Forse non erano le bustarelle a mandare avanti la città, ma i rancori e le vendette.

– Copia per la recensione fornita da Mondadori.

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