Canto di D’Arco

Canto di D’Arco

Buongiorno, lettori! Oggi vi parlo del romanzo Canto di D’Arco, scritto da Antonio Moresco ed edito da SEM Libri che ringrazio per la copia in omaggio.

TRAMA

Perché tutti i bambini si sono messi improvvisamente a cantare in coro, in piena notte, nei grattacieli della sterminata città dei morti? A uno sbirro di nome D’Arco, in servizio presso la Centrale di polizia della stessa città, viene affidato l’incarico di scoprirlo, anche a costo di ritornare nella città dei vivi, da cui è venuto e dove è stato ucciso. Comincia così questo inaspettato romanzo di Antonio Moresco. In questo romanzo, accanto all’irriducibile eroe protagonista, il lettore incontrerà un gran numero di personaggi indimenticabili: il bambino muto con il collo attraversato da una cicatrice a forma di collana di filo spinato, l’Uomo di luce con le sue legioni di seguaci, Quella, la donna amata da D’Arco, i serial killer vestiti da sposi, Lazlo, i manichini d’amore, il Dio e gli dei dell’amore. E poi troverà il buio e la luce, quasi fossero entità materiche, e le creature che vivono nelle maree del buio e in quelle della luce… “Canto di D’Arco” è un originalissimo thriller metafisico, una spiazzante storia poliziesca portata fino ai suoi esiti estremi. Ed è un serrato romanzo d’azione e d’amore, non il gioco di abilità di uno scrittore attorno a un genere letterario di grande successo.

D’Arco è uno sbirro ed è morto. Le due condizioni non interferiscono tra loro perchè anche nella città dei morti, D’Arco continua ad essere uno sbirro, a fare il suo lavoro all’Anticrimine e ad essere, come tutti, in collegamento con la città dei vivi e con la relativa Centrale di Polizia. Poliziotti vivi e morti si parlano, si scambiano informazioni, perchè ovviamente le due città sono strettamente connesse, in modo viscerale: non si capisce bene se tutto il male parta dalla città dei morti per ricadere su quella dei vivi, o viceversa. E non è in fondo così importante, almeno fino a quando D’Arco incontra il misterioso Lazlo, il quale gli affiderà una missione senza speranza, poichè egli è l’unico che può affrontarla, e la cui ricompensa è … se stesso. Cosa significa?

D’Arco non sa da quanto tempo appartiene ai morti, perchè in questa città il tempo scorre in modo diverso, difficile anche da spiegare; quello che lo sbirro sa è che all’improvviso sente, in quella che definisce notte, un canto di bambini. Dove sono? Chi sono? Perchè cantano? Un misterioso bambino che non parla accompagnerà D’Arco nella città che credeva di conoscere a fondo, e porterà alla luce efferati crimini che richiedono la sua attenzione. D’Arco deve “andare all’origine” di questa storia, ma per farlo deve tornare dai vivi.

Chi è D’Arco? Solo “uno sbirro morto”? Un giustiziere? O come si definisce lui stesso “sono come un cane che non molla mai la presa anche se lo prendono a bastonate sul muso e sugli occhi”? E’ un personaggio complesso in un mondo altrettanto complesso, fatto di luci ed ombre.

D’Arco è un uomo che ama e quando lo fa non si tira indietro; l’autore si prende il suo tempo per mostrarci anche questo suo lato. Di D’Arco mi hanno colpito la sua profondità e sensibilità: si pone domande, praticamente su tutto e soprattutto su questioni che potremmo definire “metafisiche” o esistenziali. Abita la sua esistenza senza limitarsi a prendere per buono ciò che gli viene propinato, ma va a fondo, scava e scava, soprattutto dentro se stesso. Non capisce il male che trova nel mondo e vuole estirparlo come può: uccide, stana, crivella, cercando di andare anche qui all’origine del male. E inizia con la ricerca di coloro che hanno ammazzato quei bambini che cantano, trovandosi di fronte persone crudeli, meschine, depravate nell’anima e nel corpo. Più ne ammazza, più ne trova. Fino ad arrivare all’incontro con l’Uomo di luce, a quella rete di perversione che vuole debellare. Ci riuscirà?

Lo stile della narrazione segue la storia alternandosi tra momenti in cui è più sintetico, scattante, veloce, e momenti in cui invece si dilunga in riflessioni e domande. Ricalcando proprio i pensieri e le azioni che compie D’Arco e che anche noi compiamo quotidianamente, segue il flusso della vita: ho trovato che questa modalità comunichi tantissimo al lettore, coinvolgendolo a pieno titolo nella storia. E quando la narrazione si fa flusso di coscienza, segue un suo crescendo interno che il lettore non può far altro che rincorrere, lasciandosi travolgere da quei punti che D’Arco descrive come caotici, come se gli eventi prendessero il sopravvento su di lui e sul lettore. Incalza, insegue, urge: le parole si affastellano una dopo l’altra per giungere al culmine dell’emozione, e penso a un punto specifico, anelato da D’Arco che vuole ricongiungersi a Quella, la sua amata senza nome, incontrata letteralmente nel marciume dello scarto e ricercata disperatamente tra i vivi e tra i morti. Dov’è, lei?

Abbiamo cominciato a baciarci, come ci si può baciare dopo essersi cercati e incontrati attraverso la vita e la morte del mondo …

Gli amanti non riescono a parlare, sopraffatti dal loro nuovo incontro, non hanno bisogno di parole a riempire il momento, ma quando poi la voce ritorna, è colma di sentimento e, come ci ha abituato l’autore, dice e non dice, svela e non svela e in quei silenzi vi è tutto un mondo toccante.

Eppure mi sei passato vicino, così vicino che ci siamo quasi toccati … Mi sembra persino che tu mi abbia guardato, se con quegli occhi puoi davvero guardare. Ma mi hai guardata come se non mi vedessi e hai continuato a camminare solo con te stesso, in mezzo alla folla dei morti …

Il riconoscimento deve essere qualcosa di autentico, non forzato, non può essere fermato per strada e chiamato a gran voce: non è questo, forse, un modo di amarsi? Scegliersi e riconoscersi, guardarsi e vedersi. Provare ad amarsi anche nella città dei morti, esserci: “io sono qui … dove sei tu“. Ma anche per l’amore, come per tutte le cose, D’Arco ne vuol cogliere l’origine: l’amore viene prima o dopo? L’amore è prima o dopo il male? E il suo incontro con Quella è avvenuto prima o dopo la loro morte, per mano degli stessi assassini? Quando capisce che anche la compagna non riesce a distinguere le due dimensioni, deciderà di tornare indietro con lei, nutrendo la folle speranza di cambiare il destino, ma, soprattutto, vendicarsi e fare giustizia … sarà possibile? Di nuovo implicato in una folle missione “senza speranza“, D’Arco sarà affiancato da Quella; il loro rapporto sarà fatto di ricongiungimenti amorosi dove il sesso, evocato e poeticamente carezzato dalla penna dell’autore, è un altro modo per sentire, per riconoscersi e per testimoniare la propria presenza.

E allora, in quel nido segreto, con i nostri due corpi soli che si stavano continuando a cercare e a riconoscere nell’oscurità più profonda del mondo, ci siamo amati per la prima volta o abbiamo ricominciato per la prima volta ad amarci anche nella città dei vivi.

Rinchiusi nella loro bolla fatta di baci e rapporti, di orgasmi e battiti condivisi, combattono la loro battaglia. La relazione diviene bozzolo morbido, appiglio contro il male, almeno fino a che Quella si perde ancora tra il prima e il dopo, convinta di amare un altro, che altro non è. E’ stato vano, allora, tutto questo viaggio?

Ci tenevamo tra le braccia per non farci strappare via l’uno dall’altra …

Il linguaggio utilizzato è semplice senza essere semplicistico perché la storia che l’autore propone non è mai banale, scorre fluida ma lascia al tempo stesso un senso di pienezza nel lettore. E’ coinvolgente dal punto di vista emotivo e non potrebbe non esserlo considerando i temi che tratta, così attuali da far dimenticare per un momento l’elemento paranormale rappresentato dal fatto che si parla di due città, una dei vivi e una dei morti. Città speculari in cui il male lotta contro il bene, dove c’è il crimine e la malvagità, dove l’umanità è perversa e corrotta.

Il narratore è rappresentato da D’Arco stesso che interagisce con il lettore, coinvolgendolo con domande dirette, dialogando con chi lo sta leggendo anche se ammette di non sapere chi sia; rivela, anticipa, si mette in discussione, agisce la storia a tutto tondo. La sua voce è originale e non v’è dubbio che sia la sua.

Ho segnato così tanti passaggi, così tante intense frasi, dilemmi esistenziali, una su tutte, la considerazione sul piacere/dolore che riecheggia la sempre presente dualità tra vita e morte:

Che voce era? Da dove veniva? Dalla vita o dalla morte? Stava gridando per il piacere o per il dolore? Ma, se gridava per il piacere, perché c’era così tanto dolore in quel grido? E, se gridava per il dolore, perché c’era così tanto piacere?

Ritorna ciclicamente a interrogarsi sull’origine delle cose, su cosa venga prima, se dolore o piacere, se luce o ombra, se vita o morte: e se tutte le istanze contrapposte coesistessero? Se l’ombra fosse così buia da ingenerare ella stessa la luce? Connessa a questa domanda vi è anche la tematica del tempo, e parlando di origine non potrebbe essere altrimenti. E ancora, lo scopo ultimo, la domanda per eccellenza che muove gli animi degli individui, a quanto pare, sia vivi che morti: qual è il nostro ruolo?

Costretto a prendere decisioni drastiche per sè e per colei che ama, D’Arco è disperato per la quantità di male che sembra sommergerlo e lui, solo, a cercare di arginare l’ondata; ma come si può fermare qualcosa che è in eterno movimento? Per quanto male strappi al mondo, altro male nasce, e si fortifica e cresce, in un vortice continuo nel quale D’Arco è risucchiato. Inizio o fine delle cose?

Una storia che toglie il fiato e spinge il lettore ad interrogarsi su diverse tematiche; una storia che mescola fatti che purtroppo appartengono alla realtà con elementi di paranormale e che sconvolgono intimamente il lettore per la loro brutalità. Una storia che è un viaggio, un percorso dentro l’intimo nucleo di D’Arco, che fa suonare corde profonde e di una sensibilità struggente. Assolutamente da leggere il commiato finale dell’autore, luce e buio, inizio e fine, mescolati insieme.

E allora mi metto di nuovo a camminare nel buio, con le mie scarpe da ginnastica scalcagnate, con il mio liso giubbotto di cuoio, con le mani affondate nelle tasche fin quasi a sfondarle, con il mio corpo pieno di ferite e di cicatrici, con il mio cuore che pulsa forte attorno alla sua dura perla di buio, seguendo quella strada o quella costellazione di luce che si è accesa solo per me al di sopra di questo abisso, che non so da dove viene, verso dove mi sta guidando.

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