I mostri del mare

I mostri del mare

Buongiorno, lettori! Oggi vi parlo del romanzo I mostri del mare, scritto da Chloe Aridjis (traduzione di Antonio Bravati) ed edito da Playground Editore, che ringrazio per la copia.


Città del Messico, seconda metà degli anni Ottanta. Luisa è una diciassettenne con la passione per la new wave europea e per i relitti marini. Frequenta una scuola d’élite, ma non tollera i compagni ricchi, viziati e arroganti. Combattuta tra il senso di responsabilità e il bisogno di sperimentare l’imprevisto, un pomeriggio d’autunno, di nascosto dai genitori e a bordo di una corriera scassata, raggiunge la spiaggia di Zipolite, sulla costa del Pacifico, in compagnia di Tomás, un ragazzo che conosce appena, ma che ai suoi occhi incarna tutto quello che manca alla propria vita: coraggio, impulsività, indipendenza. In teoria la fuga è stata progettata allo scopo di ritrovare una compagnia viaggiante di nani ucraini, appena fuggiti da un circo sovietico in tournée in Messico, e di cui Luisa aveva letto sul giornale. In realtà è semplicemente il pretesto per un’avventura dai contorni sfocati e dagli obiettivi incerti. Circondata da hippie, nudisti, e personaggi eccentrici, Luisa comincia a immergersi pericolosamente nelle vite di tutti quegli estranei che abitano la cosiddetta ‘Spiaggia della Morte’, mentre il rapporto con Tomás si complica. Un ritratto ipnotico e originale del desiderio di trasgressione, del disincanto e della incomprimibile malinconia giovanile, con il sottofondo dei Joy Division, Depeche Mode e Smiths.


Luisa ha diciassette anni, ama vestirsi di nero, la musica e vive a Città del Messico; si barcamena tra una scuola frequentata da coetanei ricchi da cui si sente lontana economicamente e socialmente, pochissime amicizie, ed esperienze tipiche della sua età. Certo, lei sente di essere comunque una ragazza responsabile, che ascolta i genitori, si impegna a studiare, ma ha bisogno di sperimentarsi. Ecco, potrei definirla come una ragazza curiosa, a cui probabilmente il suo mondo sta stretto; è attratta dalla cultura europea, ad esempio, dall’idea di essere altrove come se spostando il suo asse fisico potesse cambiare anche la sua stessa essenza e ridisegnarsi. Come se in un’altra parte del mondo, le potenzialità si aprisseroo infinite ai suoi piedi. La sua routine quotidiana, fatta di autobus e svedesi con lo stereo, di scuola e pomeriggi con l’amico, viene interrotta quando “un difetto” vi si intromette: una figura in controluce che la chiama, la attrae.

Più proseguivo nella lettura, più comprendevo le connessioni, le associazioni di questa ragazza – voce narrante e attraverso i suoi pensieri, le sue memorie storiche e sensoriali, mi sembrava di averla lì, davanti a me. In una pagina provavo la sensazione di conoscere questa ragazza e  in quella dopo mi era inafferrabile, sfuggente, quasi che giocasse a nascondersi dietro le parole, le immagini suggestive e ricche che mi suggeriva; ma la seguivo, volevo seguirla come lei con Tomás, attratta come lei da questa ineffabilità, da questa quieta indifferenza che il ragazzo le offre. E anche lei, come lui, è centro e margine della sua storia, a volte a fuoco a volte fuori fuoco, come le fotografie tanto amate dal suo amico e nel mentre satura il suo racconto di dettagli, di strade, di eventi, di luoghi e persone, di frammenti di vita quotidiana. La scuola, le passeggiate, le conversazioni con il padre, il mare, quel mare sempre presente che sembra essere l’unico aggancio tra il genitore e la figlia nella forma della fascinazione dei relitti. Luisa ha fame di esperienza, di esperienze, di una vitalità che la affascina e la atterrisce in egual modo. E’ la sua indipendenza quella che cerca nei tramonti di Zipolite? Nel fondo di quei cocktail con cui gioca a fare la grande e nel gioco di seduzione con un uomo che apparentemente parla una lingua diversa, si sente matura? Viva? A volte sì , a volte no. A volte traspare dalle sue parole, dall’attenzione che pone ad alcuni dettagli paesaggistici e naturalistici, il senso di una solitudine sconfinata, quasi disperata. In bilico, mi viene da dire, tra bambina e donna. In una spirale, come quella della cocaina che prova qualche volta, che l’autrice sapientemente sa descrivere, Luisa è una protagonista in crescita, rapita dagli elementi di un paesaggio in cui è fuggita, ma in cui si sente, paradossalmente, prigioniera. Al termine della lettura, tutto mi è sembrato un’incredibile e affascinante metafora proprio del processo di crescita individuale della protagonista, ancora una volta avvolta in una spirale che la riporta a casa, ma come? In che modo questo viaggio l’ha cambiata? Riuscirà a rispondere alla domanda dei genitori? ” Perché, Luisa?”.

I momenti di estrema consapevolezza di sé e di ciò che sta vivendo si alternano a momenti di dilatazione temporale, di ingenuità, proprio come si addice alla sua età: sogno e sogni, desideri accovacciati alla fermata dell’autobus, nutriti con la bellezza di una scrittura magnetica e ricca di fascino.

Luisa si appassiona ai naufragi e ai relitti e in questo vi ho letto quasi un riferimento a memorie dell’inconscio, che nascono da questo mare dentro il quale si agita di tutto: piccole creature che in quei relitti trovano casa a marmi antichi e perduti, nascosti eppure consegnati all’immortalità della storia. Ci potrebbe essere allora un parallelismo, come fa Luisa tra la poesia del libro di Baudelaire che casualmente si apre su versi dedicati a un’isola greca e gli incontri con Tomás, tra il mare e lei stessa, la sua profondità, la sua ricerca. C’è anche il residuo di un pensiero magico che l’autorizza a dare e cercare un senso a tutto ciò che le accade: negli incontri con il ragazzo lei vuole leggervi un messaggio del destino, un segno, una guida inconoscibile che la giustifichi forse nelle sue scelte. Tomás “difetto nella composizione“: l’unico a cui lei sente di chiedere ciò che sta elaborando, quella partenza aizzata da un articolo marginale sulla scomparsa di nani ucraini da un circo. Andiamo a vedere questo mondo, andiamo a prendercelo, sembra implorare Luisa a se stessa, e lo fa con entusiasmo e paura, con quel processo ambivalente di separazione e individuazione tipico della crescita. Un piede dentro, un pensiero fuori. E dopo un viaggio estenuante, tutto cambia. Alla luce di Zipolite affiorano le incertezze e i dubbi, le domande. Quasi sedotta e abbandonata dall’idea che ha di un ragazzo che probabilmente non ha mai conosciuto: come è possibile che sia esistito un tempo in cui quello stesso nome ora estraneo rappresentasse per lei una “formula magica”?

Onirico, lirico, generoso di dettagli e di immagini, di riflessioni e suggestioni , l’autrice mi ha regalato una storia capace di stregarmi, avvolgermi in una spirale che mi parla di Luisa, dei suoi diciassette anni che sono diventati un pò anche i miei, della sua famiglia e del suo mondo, della sua storia e della sua musica. Me la immagino con i piedi scalzi ad accarezzare la sabbia mentre cerca i corpi di quattro ragazze senza perline, mentre cerca il segno dei suoi passi, testimonianza della sua esistenza attraverso un corpo di cui deve fare qualcosa, deve decidere come disporne, come rispondere di se stessa, a se stessa.

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