La voce del fuoco

La voce del fuoco

Buongiorno, lettori! Esce oggi il romanzo La voce del fuoco, scritto da Alan Moore (traduzione aggiornata di Leonardo Rizzi) ed edito da 451, che ringrazio per la copia, e che debutta proprio oggi con la pubblicazione di tre opere (Relazioni,  raccolta di racconti edita dal MIT di Boston e curata dalla pluripremiata editor Sheila Williams; L’uomo immaginario di Al Ewing; e La voce del fuoco).


Il primo romanzo di Alan Moore. Non certo un esordio, per chi era già autore di alcuni fra i fumetti più rivoluzionari della storia, ma di certo un atto di devozione per Northampton, terra di elezione protagonista anche del successivo Jerusalem.Lo compongono dodici personaggi, capitoli ambientati in momenti diversi del tempo – dalla preistoria al XX secolo – e stili e linguaggi mutevoli. Un giovane primitivo con un gap cognitivo, un ispettore dell’impero romano, un cavaliere di ritorno dalle Crociate, una strega e una testa mozzata ci portano così sino alla contemporaneità, quando è l’autore stesso a parlare e a chiudere l’infinita serie di leggende, realtà e semi-realtà che ci hanno condotto attraverso il tempo.


Dodici capitoli, dodici epoche, uno stesso posto: una terra che fa da cornice e da colonna portante ai cambiamenti di voce, di lingua, di potere, una costante attorno a cui si muove l’umanità più disparata alle prese con la coscienza di sé, con le sue paure, con le sue ombre.

Sotto la base di ogni fiamma si intravede un’assenza immobile, trasparente; uno spazio misterioso tra la morte della materia e la nascita della luce e il tempo si interrompe in questo vuoto fatto di trasformazione, in questa paura tra due elementi diversi.

Ogni capitolo contiene un nocciolo di ineffabilità che mi ha lasciato con la sensazione di aver colto una parte della narrazione ma non il tutto, una suggestione, uno spiraglio di follia condivisa dalla prima persona con cui gli squarci sono raccontati, una pennellata di possibilità che si dipana lungo la linea della Storia, passando da particolare a universale e viceversa. Le voci dei protagonisti sono così definite da avermi assorbita totalmente: ho viaggiato nel tempo, ho sostato al fuoco udendone la voce, ho avuto paura del buio e degli spiriti, un terrore senza nome ancestrale e potentissimo, ho perduto la famiglia e corso per ritrovare me stesso. La lingua che l’autore tratteggia per ognuno dei suoi narratori è perfettamente contestualizzata al tempo di appartenenza: si parte dal preistorico (4000 a.C.) con la parola frammentata, elementare, sonora, che necessita di qualche pagina per essere compresa e poi, quasi magicamente, diventa la voce simbolica del bambino, seguendo onomatopee ed immagini-guida (in-paura, stecco di me); ma non si ferma qui perchè il linguaggio si carica del retaggio dell’intellettualizzaziine diventando via via più fine, a tratti lirico e poetico, gravido di allegorie e metafore, di virtuosismi simbolici.

Uno degli argomenti che torna nelle varie epoche è il rapporto con l’elemento magico, divino, sovrannaturale, con quella cifra inconoscibile che passa attraverso gli indovini, il fato, l’interpretazione di segni naturali. Il mondo spirituale affascina, atterrisce, scandisce la vita dei personaggi che si pongono costantemente domande sulla sua essenza; ci sono così speculazioni morali e antropologiche. Chi sono io? Chi è Dio? Esiste? Cos’è il destino?

Ogni racconto si inanella al successivo sia per una specifica collocazione geografica sia per altri piccoli eventi, come il sogno di Caio Sesto in cui ritroviamo i fantasmi della ragazza con la collana di perline blu e l’uomo-cicogna: è quindi la dimensione magica ed onirica a fare da trait d’union, la sacralità dell’inconoscibile, la dimensione mistica irraggiungibile ma così radicata e presente da essere imprenscindibile nella vita umana. Esiste e dal momento che c’è, l’uomo si deve confrontare con questa forza, volente o nolente. Si carica di superstizione, di folclore, di leggende sussurrate attorno ad un falò per spaventare e scuotere gli animi. E accanto a questa dimensione incorporea, si colloca invece la carnalità, vivida, fulgida e spesso brutale, fatta di corpi, di arti mutilati, di sacrifici umani  e animali a divinità, fatta di sesso bramato, desiderato, sognato, violato, vissuto anche in modo immediato in alcune storie, senza il filtro della sovrastruttura sociale. Un sesso cantato, immolato, descritto con parole come stecco di me e guaina, un sesso fantasticato in atti di onanismo liberatorio o in copule ossessivamente immaginate da alcuni personaggi che non riescono a non associare il dondolio di una carrozza al movimento dell’amplesso. E’ un sesso polifonico, poligamo, vissuto davvero da alcuni protagonisti con grande semplicità e consapevolezza, come da Elinor che si chiede: “perché prendiamo la parte più dolce del nostro essere e la facciamo diventare una selce con cui feriamo noi stessi?

Una delle cose che mi ha colpito è l’attenta ricostruzione storica delle tante epoche che l’autore tocca nei suoi racconti: accanto alla ricerca storica c’è la competenza stilistica, linguistica e psicologica dei suoi personaggi, e, attraverso un excursus storico, traccia una rotta filosofica e soprattuto teologica; tutti i suoi personaggi si interrogano sul senso della vita e sul rapporto con il divino. Così la maschera che si confessa si domanda quale sia il fine della fede, protestante o cattolica, e il cavaliere di ritorno dalla crociata torna dopo aver visto una reliquia spaventosa e vuole costruire una chiesa dalla forma bizzarra e blasfema, e la suora Alfgliva vive un delirio mistico che le fa mettere in discussione il martirio di Ragenario; ma la fede è anche qualcosa che esula dalla dimensione puramente spirituale ed è fede in un progetto più grande, come quello in cui crede il romano mandato in queste lande sperdute e costretto a dubitare di Roma stessa, o è la fede nell’idea di “quello che sono“.

Tra i temi ricorrenti che si incontrano nelle narrazioni c’è anche quello della perdita della ragione, della follia, talvolta ammantata di delirio mistico, talaltra poeticamente rivolta ad un amore giovanile che forse esiste o forse no, e, nella penultima voce, massicciamente legata al raccontare storie.

Ho raccontato talmente tante di quelle storie che io stesso non so più quali siano vere e quali invece le ho inventate io. A voi non capita mai? No?

Questa è la forza incredibile dei personaggi creati da Moore: trapassano la pagina diventando reali, concreti, attraversano i secoli ma restano contemporanei nelle loro fragilità irrisolte, nelle loro storie da completare, nelle loro ossessioni maniacali tra cui spicca quella per il sesso che conduce qualcuno di loro anche a trappole mortali, preda della sicurezza tronfia e maschilista che la posizione sociale e una certa dose di avvenenza possano sortire un effetto di desiderio nel gentil sesso.

Se per tutto il romanzo mi sono identificata con la prima persona in scena di volta in volta, nel capitolo finale trovo la voce di Moore stesso che mi conduce all’origine del viaggio, all’anno zero della fusione che ha dato vita all’opera stessa, in una critica alla società del 1995, attuale come non mai: “E’ narrativa questa, non una bugia“. Ed è in questo finale che torna l’allegoria della vita dove narrazione e reale si fondono, dove la parola è tempio della magia che trasforma tutto in immagini suggestive, potenti, profonde. Sono pagine di un lirismo che coinvolge e affascina, come una “magia opalescente” che guida e scandisce il tempo: ” Il canto spunta da un bruciare di luce“.

In definitiva, questo è un racconto dell’umanità e dell’uomo, delle guerre e delle torture, delle brutture, delle pene, dei diritti martoriati e della morte, della lotta per conquistare un posto nel proprio circoscritto universo; è la storia della paura atavica per ciò che non si comprende, per quello che di intangibile e inspiegabile domina comunque, malgrado tutto, l’esistenza, è la scoperta della fede, è la caduta del mito, dell’onnipotenza imperiale; è la scoperta del sesso e tramite esso di una propria identità sessuale, a volte diversa da quella degli altri e per questo sacrificata e mortificata; è la scoperta della bellezza e dell’amore, della follia e della morte, della violenza e dell’odio, dello stupore e della perdita, della conoscenza di misteri indicibili, del fuoco che arde e consuma e rida vita in un ciclo senza fine.

Tutti quanti noi, fino all’ultimo, siamo frammenti dolorosi e sanguinolenti di un Dio che è stato fatto a brani dalla placenta dell’Eternità.

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