Un gelido inverno per Pike

Un gelido inverno per Pike

Buongiorno, lettori! Oggi vi parlo del romanzo Un gelido inverno per Pike, scritto da Benjamin Whitmer (traduzione di Marco Piva) ed edito da Elliot Edizioni, che ringrazio per la copia.


Dopo aver scontato le sue colpe di gioventù, Douglas Pike è tornato nella città natale sui monti Appalachi, dove, insieme al giovane socio Rory, fa del suo meglio per condurre una vita dignitosa. Ma il precario equilibrio esistenziale di Pike si interrompe quando la notizia della morte della figlia arriva insieme a una nipote di dodici anni di cui prendersi cura. Entrare nella parte del nonno non è facile per un uomo che non è mai stato capace di pensare ad altri che a se stesso. Eppure, davanti all’ambiguo interesse per la bambina da parte di Derrick Krieger (poliziotto corrotto in fuga da Cincinnati), in Pike si risvegliano un inaspettato sentimento di protezione e il desiderio di saperne di più sulla figlia e sulla sua morte. In una giungla urbana popolata da emarginati e senzatetto, si scatena una violenta caccia senza prede ma con tre predatori, Krieger da una parte e Pike e Rory dall’altra, protagonisti di un noir «di incredibile oscurità, violenza, bellezza e forza» (Olivier Marchal).


Pike è un uomo che incute timore: vive la sua vita cercando di riappacificarsi con un passato doloroso e difficile, provando a riportare il suo equilibrio morale verso il bene, affiancato da Rory, che sogna il pugilato. I due sono soci in affari sebbene Rory sappia poco o nulla dell’uomo con cui lavora: lui non chiede, Pike non dice. Il loro è un rapporto particolare: è lampante che Rory ammira l’uomo più anziano, meno chiari sembrano invece i pensieri e i sentimenti di Pike, un personaggio contorto e taciturno, per cui davvero le emozioni sono, forse, l’unica cosa di cui ha paura. Pagina dopo pagina, Pike ci lascia osservare attraverso qualche piccolo foro nella sua personalità: rivede in Rory una versione di sé potenziale, qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato, e per questo vuole quasi “preservarlo”, ovviamente a suo modo. Le cicatrici di Pike non sono soltanto esteriori, anzi: sono cicatrici dell’anima, che lo hanno segnato in modi talmente profondi da rendergli davvero difficoltoso l’accesso ad una dimensione affettuosa dei suoi gesti. Forse, per Pike, è meglio essere guardato con timore e rispetto dagli altri, sensazioni che genera sia per caso negli sconosciuti che incontra, sia in chi ne ha sentito parlare. Il suo nome fa tremare: perché? Certe volte, Pike è vittima di quel suo nome capace di solleticare aggressività verbale ed emotiva; anzi, forse Pike è la prima vittima di se stesso, della sua gioventù, di quella violenza che sembrava sopita e invece è solo sonnacchiosa, rapacemente pronta ad emergere per proteggere chi ama, anche se non lo dimostra.

La routine che Pike ha creato per sé e per Rory viene bruscamente interrotta all’inizio del romanzo quando l’uomo incontra Dana, una prostituta e tossica amica di sua figlia Sarah, trovata morta per un’overdose. Dana affida a Pike la dodicenne Wendy, sua nipote, una ragazzina difficile, abituata al marciume dell’esistenza della madre e con la testa sempre china nei libri. Proprio come Pike. Come vorrebbe guardarla dormire di notte, l’uomo che non ha fatto il padre e non sa come essere nonno. Ma il peso del passato, di chi è stato, lo schiaccia. Pike è incapace di dimostrare amore o di provarlo? Tuttavia, Pike vuole saperne di più della morte della figlia soprattutto perché sembra essere legata ad un personaggio pericoloso, Krieger, un poliziotto corrotto e dalla pessima fama che sembra riconoscere Wendy. Chi è? Cosa vuole dalla nipote e cosa sa della morte di Sarah?

La legge non basta mai, ed è sempre troppo.

Derick e Pike sembrano essere accomunati dal costante bisogno di riempire i vuoti personali con azioni rituali: bere, fumare, aggredire, intimidire, come strategia di sopravvivenza ai propri errori che pungolano la coscienza per manifestarsi. Se si lasciassero andare all’ondata, ne verrebbero sovrastati. Tutto è calcolato per pensare “il meno possibile  alla propria vita”. Anche l’attività illecita rientra in questo schema e lo fa sia nelle vesti di motivo scatenante, di attivatore che di auto-sedazione. Proprio come l’alcol, le sostanze, il sesso. Pike deve placare una irrequietezza che si porta dietro da sempre, che lo ha spinto ad avere una relazione da giovane con una di quelle ragazze invischiate nel sistema sociale classista e imperante: una donna che con lui centrava poco, e che ha riempito di rabbia violenta, sfogando una frustrazione esistenziale che lo pizzica da sempre e che non sa come allentare. Irrequieta sembra essere Wendy, e anche Rory, Krieger, che ha bisogno di un paesaggio da guardare per ore, un orizzonte sconfinato, per placare il suo pensiero.

Lo sfondo su cui i personaggi si muovono è quello di una città pericolosa, al limite, in cui la separazione netta tra zone cittadine ricalca una sorte di ordine delle cose: ci sono posti in cui si vive così e basta, eppure, al tempo stesso, questa è una città dove il male sembra nascondersi ovunque. La lezione con cui tutti si confrontano pare essere questa: nascosto in bella vista, annidato tra le pareti di una casa coloniale, oppure negli intestini di una bambina stuprata, il male è ovunque, non vi è scampo. La sensazione che si prova è quella di un peso soverchiante, che schiaccia, che toglie il respiro, fino a chiedersi: c’è speranza che le cose per qualcuno cambino? Ma speranza fa rima con sogno: col sogno notturno di Pike, ad esempio, che continua a tornare in quel Messico quasi mitico e leggendario che popola le sue ore notturne, con quel caldo asfissiante. E al risveglio c’è solo il freddo, fisico e reale, metafora però di ciò che si porta dietro. Il sogno è ciò che caratterizza Rory, sfuggito ad una famiglia disfunzionale, terrorizzato dall’idea di non farcela.

Un sogno è un tritacarne nel quale si infila la propria vita. La notte è gelida come i denti di una bambina. Non cambia nulla. Non cambia mai nulla.

Perché se si perde anche quel piccolo spiraglio di possibilità, c’è il baratro, pronto ad accoglierti a braccia aperte, un baratro che sembra attrarre tutti in questa dannata città, dove la violenza è la normalità.

I personaggi emergono dalle pagine con una forza incredibile: raccontati con dialoghi asciutti e un linguaggio crudo, appaiono pienamente calati nel contesto ricreato dall’autore, incistati in una realtà da cui sembra non esserci scampo. Sono personaggi con colpe gravi da espiare e ognuno lo fa come può, lottando contro impulsi aggressivi difficili da sostenere. Il pugno, il ricorso alla violenza fisica e verbale è qualcosa che fa così parte di loro da non venire quasi messo in discussione, in una città dove sembra che per arrivare ad una qualche verità si debba per forza puntare una pistola contro qualcuno. Gli ambienti che Pike, Rory e Krieger frequentano sono quelli della malavita locale e della piccola criminalità, quindi è ovvio che vi si trovino determinati atteggiamenti e linguaggi.

Le dipendenze di cui si parla nel romanzo sono molteplici e complesse, a partire da quelle più ovvie come la dipendenza da sostanze e arrivando a quelle affettive. Le relazioni, al pari delle sostanze, sono deleterie, minacciose, tossiche, disperate, crude e crudeli; sono frutto di rimpianti, di errori in cui si resta impantanati. I personaggi sono invischiati in passati personali non sempre esplicitati eppure se ne intuisce la portata: devastanti, logoranti. La redenzione ormai è qualcosa che non esiste per loro: esiste l’immediato, questo giorno, e poi un altro. E lunghe notti in cui fare i conti col sonno che non arriva, pregando i pensieri che non seguano determinate direzioni.

La parola è al servizio di questa umanità tratteggiata: è poetica nel suo essere selvaggia, nella ricercatezza di una metafora, di un paragone, che scava nel passato e nel paesaggio e buca la pagina, arrivando dritta allo stomaco. Il linguaggio è saturo della violenza fisica sessuale verbale e psicologica aderente al contesto narrato; la corruzione si insinua come un fiume sotterraneo, come un odore acre e satura quest’aria sempre gravida di fumo di sigarette mai spente: l’atto di fumare condensa in sé lo scorrere del tempo e mette ordine nel caos di pensieri. Diviene una costante, e come tutte le descrizioni del romanzo, è reale e tangibile.

Una volta iniziata la lettura ho trovato impossibile staccarmi dalle pagine anche quando piene di dolore, di rimpianto, di violenza e sangue, di dipendenza e sesso, svilito e brutalizzato. Una storia che parla di violenza, con un senso tutto da scrostare e trovare, nei silenzi taciuti, nei passati sottesi, nelle scelte e nelle azioni che si intravedono e di cui si coglie la portata, nello sguardo lucido di esistenze difficile. Ed è proprio in queste sfumature accennate, poeticamente, che ho colto il brivido, l’angoscia serpeggiante mista alla rabbia per la brutalità umana, qui dipinta come qualcosa di assodato e che per questo non sconvolge, viene accettato ed integrato, e invece mi ha toccato, mi ha commosso.

«Qui ho fatto certe cose che hanno creato una specie di centro di gravità» dice lentamente «Avere il diritto di andarsene sarebbe come avere il diritto di dire di non averle mai fatte»

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