Attraverso il paradiso

Attraverso il paradiso

Buongiorno, lettori! Oggi vi parlo di Attraverso il paradiso, scritto da Sam Shepard (traduzione di Andrea Buzzi) ed edito da ilSaggiatore, che ringrazio per l’invio della copia.

TRAMA
Deserti di polvere, asfalto nero, carrozzerie roventi di macchine lanciate a tutta velocità. Sudore sporco, stivali logori, bottiglie di birra vuote gettate ai margini delle highways. Cavalli stanchi, sombrero, sigarette consumate da bocche spigolose. Accenti strascicati, palpebre socchiuse, facce ostili scolpite dal sole come idoli di pietra. È l’America della frontiera, di ieri e di oggi: liminare ma profonda, gretta ma tragica, squallida ma epica. Un ragazzo si presenta davanti a un motel per recuperare il materasso su cui il padre è morto carbonizzato. Un attore disilluso attraversa il Texas e il con­fine con il Messico per girare un film impossibile. Un compratore all’ingrosso di carne di manzo si fa saltare le cervella nel bagno di un diner. Un bambino va a caccia di serpenti a sonagli con il padre alcolizzato. Sono questi i racconti ruvidi e le istantanee brucianti di Attraverso il paradiso. Storie crude e malinconiche come i film di Sam Peckinpah, rese con una prosa aspra e spoglia come le distese brulle della California. Sam Shepard torna nello scenario della sua infanzia. È il West che ha plasmato l’epopea americana, che oggi ha la tristezza ostinata di un vecchio poster in un cinema dismesso. In un viaggio disperato nell’America più dura, guardiamo i titoli di coda di un mito che ci ha attratto come nessun altro, e che come nessun altro ha nutrito le nostre illusioni.

Fotogrammi, istantanee, ritratti di vita che raccontano storie in cui è facile immedesimarsi e perdersi, seguendo rotte affascinanti quanto polverose. La parola è talmente tangibile da riuscire a far sentire il respiro caldo nel pieno del deserto, l’eco di uno sparo lontano, da far toccare il calcio di una pistola, da far sentire la potenza di un motore vibrante, da far percepire il gusto dell’alcol, sempre presente. Il lettore vive, palpita, viaggia, assieme a queste voci che si rincorrono tra le pagine, per fugaci apparizioni o ritorni, immaginati o reali; e al tempo stesso, si ha la sensazione di osservare, di frugare dietro lo sguardo dell’autore che come un obiettivo immortala l’attimo e ce lo regala. Esistenze che parlano dell’esistenza stessa, dell’infanzia, dell’amore, della morte, della vecchiaia, della solitudine e dell’amicizia; di amici coinvolti in malefatte giovanili, di amanti bugiardi, di violenze, di abusi e di perdite. E sullo sfondo un’ America reale, concreta, cruda e nuda, spogliata e consegnata al lettore nella sua purezza quasi dolorosa e disincanta, nei suoi spazi immensi, nelle sue anime perennemente in fragile equilibrio; tra sconfinati deserti, tra città in divenire, luci e sigarette, tra spagnoli e indiani, vacche e gli immancabili motel.

I racconti sono brevi parantesi, pagine di un diario che si legge voracemente per poi ripercorrere a ritroso la strada e scoprire collegamenti, immaginare protagonisti comuni per storie sordide, per eroi del quotidiano, come l’attore che ha paura dell’aereo, o padre e figlio che seppelliscono i loro cari; si entra immediatamente negli scenari, grazie a una poetica incisiva e magistrale, che arriva al cuore del lettore e lascia dietro di sè immagini difficili da dimenticare. La lettura risulta così scorrevole, vivida, capace di evocare emozioni e sollecitare ricordi quasi ancestrali, primordiali, universali. E’ il ritratto di una America assolata, che non ha paura di mostrare il proprio volto segnato, talvolta, speranzoso, qualche altra, rassegnato; sigarette, birre, sesso, droga, conflitti famigliari, amori folli, irascibilità, questi alcuni dei temi che le storie raccontano, in un viaggio fisico, geografico, temporale nella terra americana.

Dalla Virginia al Sud Dakota, da Los Angeles a Chicago, e ancora dall’Arizona al Messico, da Hollywood a New York, si percorrono strade e si va alla ricerca di se stessi. Si dorme in motel o in roulotte, si viaggia su Chevrolet e con la musica, con il finestrino abbassato e una sigaretta tra le dita, interrogandosi sul senso della vita, sull’amore, o semplicemente pensando alla prossima sosta, al prossimo hamburger. Autostrade infinite. Vite infinite. Il disincanto di un giudice innamorato di un’attrice cui dedica la sua città e che vi approda quando ormai del giudice è rimasto solo il martelletto. La rabbia di un ragazzo che brucia il materasso su cui suo padre è già morto, perché ci sono persone che devono bruciare due volte, dico io. L’amore malato, il sesso occasionale, la paura di invecchiare soli, raccontati con un’alternanza precisa e magistralmente orchestrata di narrazione in prima e in terza persona. Con uno stile incredibilmente magnetico, Attraverso il paradiso è un affresco intenso sull’animo umano, teso tra speranze di cambiamenti e la rassegnazione di giorni uguali a se stessi.

Completamente solo. Guidare senza mai smettere. Guidare finché il corpo scompare, le gambe si staccano, gli occhi sanguinano, le mani si intorpidiscono, la mente si ottunde e poi, improvvisamente, qualcosa di nuovo comincia ad apparire.

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